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Piante ornamentali/Riferimenti misconosciuti per la salute

Piante ornamentali/Riferimenti misconosciuti per la salute


Spesso le piante, sia quelle disposte nelle piazze e nei giardini delle città, a godimento per la vista, sia quelle che crescono spontaneamente nei boschi e nei campi nonché quelle che decorano le case, i luoghi di lavoro e quelli di ritrovo, una volta ingerite o se toccate, possono risultare tossiche e/o persino letali rappresentando un pericolo, non sempre noto.
Infatti, alcune migliaia di specie di piante superiori, soprattutto delle regioni tropicali, a prescindere dagli schizomiceti e dai funghi, elaborano sostanze nocive che, sebbene trovino importanti ed utili impieghi terapeutici, come ad esempio la digitalina per la sua azione sul cuore, possono danneggiare variamente l’uomo e gli animali.
Fin dai tempi più antichi l’umanità ha appreso a riconoscere le piante velenose ed esse hanno trovato applicazione nelle pratiche magiche, nell’arte venatoria e nelle azioni belliche.
Conosciuta è, altresì, l’applicazione delle sostanze tossiche di derivazione vegetale nell’amministrazione della giustizia, tant’è che la determinazione di colpevolezza con il cimento di tossici come la fisostigmina (principale alcaloide del seme di una Leguminosa – la Fava del Calabar) sarebbe, tuttora, praticata da talune popolazioni primitive, mentre è a tutti noto che una bevanda mortale a base di cicuta  Conium maculatum il cui potente veleno convulsivante denominato cicutossina uccide per paralisi respiratoria – fu somministrata al filosofo greco Socrate, inviso per le sue teorie.
Frecce dalle punte avvelenate con il curaro, veleno ad effetto miorilassante periferico ricavato da piante della specie  Strycnos toxiferaRhododendrum tormentosum, ecc., sono utilizzate tuttora, a scopo venatorio, da alcune tribù indigene della foresta amazzonica; gli Indios possono cibarsi degli animali una volta abbattuti senza subire alcun danno poiché il curaro, attraverso l’apparato digerente, agisce in dosi molto più elevate.


Per quanto riguarda il mondo animale, alcuni tossici prodotti da piante di diversi generi (Phyllantus, Cyclamen, Yucca ecc.), per la loro interferenza sull’apparato respiratorio, possono danneggiare i pesci. Numerose specie vegetali sono tossiche per gli animali superiori: alcune piante foraggere ( della famiglia delle Asteracee o del genere Astragalus e Atriplex, ecc.) e talune graminacee, che assorbono il selenio da terreni ricchi di tale sostanza, provocano nel bestiame, specie in America settentrionale, la malattia da alcali, mentre altre specie di piante appartenenti al genere Hypericum- ricco di resine e oli essenziali – al genere Polygonum, ricco di tannino e acido gallico – al genere Agave – contenti liquidi zuccherini, o della specie Trifolium, ecc.) provocano nel bestiame fotosensibilizzazione.


Piante contenenti un olio etereo, il cui componente è rappresentato da un chetone (rotenone), come pure il tabacco, l’elleboro e il piretro sono note per il loro potere insetticida.
Ha azione insetticida la scilla o cipolla marina, di cui viene più frequentemente ricordata l’attività del suo alcaloide (sciilarina) sull’apparato cardiovascolare umano.
Dal punto di vista dei possibili effetti avversi, le specie vegetali possono essere classificate come di seguito:

  • A. Specie vegetali completamente prive di effetti nocivi
  • B. Specie vegetali che causano danni di natura meccanica (mediante spine o aculei)
  • C. Specie vegetali che causano dermatiti da contatto (fotodermatiti- fotofitotodermatiti) e pollinosi
  • D. Specie vegetali che contengono veri e propri tossici

Tralasciando il gruppo A e B di piante, vengono considerate quelle piante ornamentali, presenti nelle abitazioni che possono essere responsabili di lesioni/intossicazioni di tipo domestico.
Le sostanze nocive prodotte dalle piante risultano essere con maggior frequenza alcaloidi, ma le piante elaborano anche glucosidi, resine, oli volatili ed inoltre acido tannico (miscela di diversi glucoderivati dell’acido gallico che si trova come glucoside nelle galle di quercia), acido ossalico (il cui sale di potassio provoca causticazione della parete gastrica, vomito, spasmi tetanici, albuminuria, uremia, anuria, ecc.), tossialbumine (proteine tossiche idrosolubili), selenio (elemento non metallico che può agire da veleno enzimatico), aventi potenzialità velenose.

Gli alcaloidi vegetali, composti chimici caratterizzati dalla presenza di uno o più atomi di azoto in anello eterociclico a reazione alcalina in grado di unirsi ad acidi vegetali tramite legami salini, sono dotati di una intensa e specifica azione sull’organismo umano, sia farmacologica sia tossicologica.
Molte specie botaniche contengono questo tipo di composti, che è possibile distinguere come:


Alcaloidi ad azione sull’ apparato respiratorio:

a) broncodilatatori (efedrina, iosciamina)
b) stimolanti il centro del respiro (lobelina)
c) bechici (codeina)

Alcaloidi che agiscono sul cuore:

a) antiaritmici (chinina, ajmalina)
b) coronarodilatatori (teofillina)


Alcaloidi attivi a livello renale:

ad azione diuretica (teofillina, caffeina)


Alcaloidi ad azione sul sistema nervoso centrale

a) ad azione deprimente (morfina, scopo lamina, reserpina)
b) ad azione eccitante (stricnina, caffeina, lobelina)
Alcaloidi ad azione sul sistema nervoso autonomo:
a) colinergici (muscarina, pilocarpina, eserina, arecolina)
b) anticolinergici (atropina, scopolamina)


Alcaloidi ad attività antitumorale:

(vincristina, colchicina, taxina, vicaleucablastina)

Alcaloidi ad azione antiparassitaria:

a) antiprotozoari (chinina)
b) antiamebici (emetina)
c) antielmintici (pelletierina)

Alcaloidi attivi sulla muscolatura liscia (papaverina)

Alcaloidi ad azione sull’utero (ergometrina, ergotammina)

I glicosidi, composti vegetali che originano dell’ossidrile acetalico in posizione CI di uno zucchero con gruppo non zuccherino (OH di alcool, fenoli, gruppi NH o SH), chiamato aglicone, hanno notevoli applicazioni terapeutiche, come ad esempio i glicosidi cardioattivi digitale e strofanto che  trovano impiego per la loro azione sul cuore, o gli antibiotici glicosidici (oleandromicina).
Ai glicosidi appartengono anche le saponine, sostanze ad elevato contenuto in azoto, che, in acqua, producono una schiuma simile a quella del sapone; a seconda del loro gruppo non glicidico (aglicone) vengono suddivise in saponine steroidee e saponine triterpeniche.
Le saponine sono composti fortemente tensioattivi, che formano prodotti di addizione difficilmente solubili, ad azione emolizzante e fortemente irritante per le mucose.
Inoltre, in molte piante si rinvengono metaboliti vegetali sotto forma di oli volatili o essenziali o eterei, miscugli di sostanze organiche di odore fortemente aromatico, composte da aldeidi, chetoni, alcooli, ecc. che possono avere azione irritante sulla cute e sulle mucose e, se ingeriti, possono avere un certo grado di tossicità sul sistema nervoso centrale, sui polmoni e sul rene.
Le resine, sostanze vegetali spesso associate agli oli essenziali con cui formano i ” balsami”, possono esercitare sulle mucose, soprattutto a livello intestinale, una azione irritante.
L’acido tannico contenuto in alcune piante (rovere, mirtillo, noce, fragola, ecc.) agisce da inibitore degli enzimi digestivi, impedendo l’assorbimento alimentare.

Per tali sostanze vale il principio sostenuto da Paracelso (1439 – 1541), secondo il quale “Ogni sostanza è veleno e nessuna è perfettamente innocua; soltanto la dose ne determina la velenosità”.

Infatti, l’effetto di ogni veleno dipende da numerosi fattori, quali:

  • quantità
  • concentrazione
  • solubilità
  • modalità di somministrazione
  • punto di azione
  • durata di riassorbimento
  • neutralizzazione endogena
  • stato del soggetto che lo ha assunto

Pertanto, le piante o parti di esse, di per sé, potrebbero non essere velenose, ma ove vengano consumate in quantità eccessiva o concentrata, possono provocare disturbi di una certa entità a carico di taluni organi o apparati, se non addirittura la morte.
Inoltre, non tutti i soggetti presentano il medesimo grado di tolleranza nei confronti delle sostanze tossiche di origine vegetale.
La tossicità di una specie vegetale e quindi la sua pericolosità nei confronti dell’uomo è estremamente variabile, modificandosi in funzione

  • dell’età della pianta
  • della natura del terreno
  • delle condizioni climatiche in cui la pianta vive, ecc.

La pianta giovane di filodendro (genere Philodendron), contenente cristalli di ossalato di Ca ed enzimi proteolitici, è meno tossica di una pianta più vecchia; in terreni ricchi di azoto, il contenuto di alcaloidi delle piante velenose che ivi vegetano è più elevato, rispetto ai terreni poveri di azoto.

l’oleandro ( Nerium oleander), coltivato a scopo ornamentale in Europa centrale, ha un contenuto di folinerina – glicoside cardioattivo – pari alla metà di quello di piante della stessa famiglia che crescono sulle rive del Mediterraneo.

I veleni di origine vegetale si possono classificare dal punto di vista botanico, chimico o a secondo della loro azione sui vari organi ed apparati (talora contemporaneamente su più di uno di essi).

Sono tossici del sangue, determinando ecchimosi e cianosi, per azione sia sulla parte corpuscolata del sangue, che sull’emoglobina e sul plasma le tossialbumine – ricina, abrina, robina, crotina, ecc.- e i glicosidi cianogenetici – amigdalina, ecc.
I glicosidi cianogenetici, che liberano per idrolisi acido cianidrico, sono contenuti in piante anche di uso alimentare e possono essere responsabili di gravi forme di intossicazione.
La ricina, ad esempio, è una proteina velenosa presente nella specie ricinus avente proprietà di agglutinazione della serie rossa del sangue.
Agisco come veleni del sistema nervoso gli alcaloidi come l’atropina ad azione spasmolitica, la iosciamina ad azione parasimpaticomimetica, la stricnina che provoca tra l’altro ipereccitabilità delle funzioni sensoriali, l’aconina la cui dose letale per l’uomo è di I – 5 mg, la codeina, la narcotina ad azione narcotica e la morfina – di cui non si dettagliano qui gli effetti e che è stato il primo alcaloide isolato da vegetali.


I veleni muscolari, quali ad esempio alcaloidi e glicosidi del Veratrum, della Digitalis o dello Strophantus, sono responsabili di tremori o paralisi, per azione diretta muscolare.
Le resine e taluni oli essenziali di derivazione vegetale sono tossici di tipo irritante sulla cute e le mucose e, impiegati in medicina come purganti, possono talora esplicare azione letale per la loro attività sul tratto gastrointestinale; ne sono un esempio i glucosi di solforati della senape (famiglia delle Crocifere) e la podofillina, resina del Podophillum peltanum (genere Berberidacee), contenente podofillotossina, un tempo usata come catartico, oggi obsoleta stante l’azione teratogena e carcinogena.

Dermatiti da contatto

Alcune piante producono tossici irritanti di contatto, determinando lesioni cutanee definite fitodermatiti che si manifestano come eruzioni cutanee di tipo orticariforme, eruzioni bollose ed ulcerazioni.
L’azione sulla cute può presentarsi solo in certe stagioni e in taluni soggetti, ma risulta opportuno dedicare a queste manifestazioni attenzione, stante la loro frequenza.
In particolare, il genere Ortica, che deriverebbe il suo nome dal latino urere (bruciare), presenta sullo stelo e sulle foglie peli rigidi e trasparenti, la cui parte inferiore funziona da serbatoio e la superiore è pronta a rompersi al minimo urto e a penetrare come un ago nell’ epidermide, riversandovi il liquido urticante.
La sostanza irritante, che può agire a lungo, anche per mesi, ed in dose minima, non è ben nota; oltre all’acido formico, sarebbero implicate tossine di natura albuminoide.

Le fitodermatiti da contatto rappresentano circa il 60% di tutte le dermatiti e possono avere evoluzione acuta, subacuta o recidivante.
I monopolifenoli (urushiol e cardol), presenti in alcune piante, sensibilizzano circa il 70% degli individui esaminati.
Studi sperimentali hanno individuato gli allergeni del genere ornamentale Tagete (denominato anche carognette per l’odore forte che queste piante emanano) nel butenbitiofene, nell’alfatertiene e nell’idrossitremetone.

La dermatite da contatto con edera (Hedera elix) – la cui persistenza di solito è di 3-4 settimane – e quella da contatto con sommacco (Rhus toxicodendron) – particolarmente coltivato in Sicilia – si manifestano come eczema acuto localizzato. Il Toxicodendron contiene un principio volatile – toxocodendrolo – che causa penose dermatiti da contatto con le parti verdi di tali piante: in questi casi si hanno arrossamenti ed edemi accompagnati, in individui particolarmente sensibili, da malessere generale e febbre; non di rado il decorso può essere particolarmente grave.


Sono stati descritti gravi casi di dermatite da contatto con sommacco a carico dei genitali, in giardinieri che utilizzavano scarsi mezzi di protezione durante la potatura di giardini.
Fitodermatiti si possono sviluppare anche per contatto con abiti ed animali contaminati dall’allergene nonché per esposizione a particelle di combustione di materiale da ardere.
Pertanto, in caso di contatto è necessario un lavaggio immediato ed energico, allo scopo di rimuovere i tossici cui è imputabile l’effetto sensibilizzante.
Stante l’elevata casistica delle fitodermatiti e la difficoltà di eliminare ogni possibile contaminazione, l’educazione del paziente gioca un ruolo importante nell’evitare le recidive.
Alle affezioni della cute di tipo pruriginoso risultano, frequentemente, soggetti gli addetti alle lavorazioni di prodotti derivanti dall’ albero della lacca, in cui il principio attivo è costituito da derivati del catecolo o 3- tetraidrossiflavonone vegetale.
Alle fitodermatiti si aggiungono le fitofotodermatiti – fototossiche e foto allergiche – dermatiti causate dall’esposizione alla luce solare della pelle, precedentemente venuta in contatto con sostanze irritanti di origine vegetale, quali ad esempio le furocumarine utilizzate in cosmesi nella preparazione di creme, profumi, ecc., presenti nelle Ranunculacee, nelle Rutacee  e nelle Composite ed anche il bergaptene, glicoside cumarinico dell’olio essenziale di bergamotto (Citrus bergamia) 

Pollinosi

Tra gli effetti verso prodotti dalle specie vegetali occorre anche ricordare l’allergia da pollini, sviluppata con periodicità stagionale da alcuni soggetti atopici, circa 10% della popolazione italiana, in presenza del polline di alcune piante, che può manifestarsi sotto forma di rinite, di congiuntivite e di asma.
I soggetti allergici ai pollini presentano l’insorgenza e la persistenza dei sintomi durante la stagione
dell’impollinazione di alberi o piante erbacee nel territorio di residenza.
Nei climi temperati gli alberi (Cupressacee, Ulmacee, ecc.) impollinano all’inizio della primavera e in estate, mentre le piante erbacee (Graminacee, Composite, Urticacee ecc.) abbondano nella tarda primavera, in estate e all’inizio dell’autunno.
La sintomatologia della allergia durante il periodo di massima impollinazione può variare dal semplice fastidio a sintomatologie episodiche ad intervalli asintomatici più o meno brevi, tali da rendere praticamente impossibili lavoro, svago e ogni altra attività.
Da qualche anno sono stati istituiti in vari paesi Centri di Aereobiologia che eseguono il controllo della qualità e quantità dei pollini nell’aria trasmettendo i dati ai Centri di  Allergologia presso gli Istituti Universitari, onde facilitare lo studio e la terapia dei soggetti affetti da pollinosi.

Intossicazioni

L’intossicazione da ingestione di pianta o parte di essa è responsabile del 4% di tutti gli avvelenamenti da ingestione accidentale, specie nei bambini, negli USA.
Casi occasionali di avvelenamento si possono verificare con l’assunzione di piante velenose o di parti di esse considerate commestibili nonché con l’utilizzo delle piante stesse per terapie casalinghe – fai da te.


Infrequenti avvelenamenti secondari, la cui provenienza è facilmente riconoscibile perché lo specifico episodio investe gran parte della popolazione di uno stesso territorio, si verificano a seguito del consumo di latte proveniente da mucche alimentatesi con piante velenose o utilizzando miele proveniente da api che si sono cibate con il nettare proveniente della fioritura degli oleandri.


Negli USA i casi letali di avvelenamento sono associati a un numero limitato di piante e, la maggior parte di questi, si verificano per intossicazione da assunzione di cicuta e di ricino.

Nella tabella successiva sono indicate le classi di sostanze più frequentemente interessate in 1.221.855 casi statunitensi di ingestione di tossici potenziali.
Si sottolinea che i dati di tale tabella non rappresentano in alcun modo la tossicità delle sostanze, ma piuttosto indicano quanto esse siano facilmente disponibili: le sostanze derivate dalle piante rappresentano il 7,2% del totale, collocandosi al 4 posto, nella serie delle otto classi indicate.

Dal 1983 negli Stati Uniti è operativa una estesa rete di sorveglianza delle intossicazioni denominata American Association for Poison Control Center (AAPCC).
I Centri Antiveleno distribuiti sul territorio americano ricevono ogni anno circa un milione e mezzo di telefonate riguardanti casi di esposizione a sostanze potenzialmente tossiche.
Nel 90% dei casi l’esposizione è risultata accidentale, nel 91% si era realizzata all’interno dell’abitazione. Nel 60% dei casi erano stati coinvolti bambini sotto i 5 anni di età.

Numero %
Farmaci 318,714 26,1
Sostanze detergenti 114,880 9,4
Cosmetici 94,249 7,7
Piante 88,251 7,2
Idrocarburi 44,186 3,8
Corpi estranei 40,290 3,3
Sostanze chimiche diverse 33,365  
Alcool 31,533 2,6

Le cause delle chiamate telefoniche riferite ad esposizione da parte di bambini con meno di 5 anni di età, secondo i dati della Food and Drug Administration (FDA), sono indicati dalla seguente tabella:

Cause %

Farmaci 40,0
Prodotti detergenti 14,3
Piante 12,8
Sconosciute 10,4
Cosmetici 10,0
Pesticidi 5,5
Vernici e solventi 4,0
Derivati dal petrolio 2,8
Gas e fumi 0,2


Secondo tali dati le piante costituiscono una causa non rara di lesione/intossicazione di tipo domestico.
Per quanto concerne i casi di contatto/esposizione a piante, nel 1987 furono segnalati 88.000 casi, 1’85% dei quali era rappresentato da bambini sotto i 6 anni; uno solo di questi bambini presentò conseguenze mortali, 30 bambini manifestarono sintomi di una certa importanza, mentre nel 74% dei casi non si ebbero conseguenze di carattere sanitario.
Un numero sorprendentemente elevato (5-10% delle chiamate che pervengono ai centri antiveleni) di casi di ingestione di pianta o parti di essa riguarda i bambini di circa un anno.
Mentre per i più grandicelli (da 1 a 6 anni), in grado di muoversi autonomamente, i casi registrati sarebbero legati all’aspetto attraente della pianta (fiori o bacche), le intossicazioni dei piccoli di 12 mesi andrebbero, verosimilmente, spiegate con il fatto che spesso le piante ornamentali possono trovarsi in prossimità di seggioloni o box e che molte piante hanno foglie, fiori o frutti disposti in prossimità del pavimento e, pertanto, facilmente raggiungibili dai piccoli.
Per il decennio 1985-I994, l’analisi dei dati ricavati dalla AAPCC ha permesso di stabilire su un totale di 912.534 casi di esposizione a piante i generi vegetali di più frequente riscontro che sono risultati nell’ordine:

 

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anzianiincasa*21 dicembre 2019

 

 

 

 

 

 

 

 

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