di Giulio Ghirelli
«D’azzurro, alla bisquine (barca da pesca tradizionale) di nero, fornita d’argento, vogante su un mare di verde, movente dalla punta, accompagnata da dodici ostriche d’oro, ordinate in cinta, attraversanti sul tutto; al quartier franco d’argento, caricato di un’aquila bicipite di nero, rostrata e membrata di rosso».
Se cercate su Internet la città francese di Cancale, alla voce Storia, come introduzione vi apparirà questo componimento poetico, che mi pare alquanto scombinato, ma che viene in qualche maniera spiegato con quanto di seguito riportato: La nave è legata alla vocazione marittima della città. L’ostrica è il prodotto principale ed è fonte di ricchezza di Cancale. L’aquila bicipite deriva probabilmente dal blasone della famiglia Guérande ed è presente anche nello stemma di Fouesnant nel Finistère.
Cancale si trova sulla costa del Canale della Manica, nella regione della Bretagna, a circa dieci chilometri a est di Saint Malo, e vi giunsi per la prima volta nel lontano 1983 con la mia compagna di allora.
A quei tempi il camper era per me ancora un sogno, ma il mio furgoncino da lavoro su cui avevamo piazzato i materassini di gommapiuma, due valigie di indumenti, il necessaire per la toilette, un piccolo fornello da campeggio e un po’ di scatolette di viveri per l’emergenza, ci calzava a pennello.
L’importante era viaggiare in libertà, fermandoci dove più ci piaceva e rimanerci il tempo che volevamo.
Allora i camping costavano poco e non erano affollati come ora, e si trovava posto senza dover fare prenotazioni. Quello di Cancale era al limitare del mare e ombreggiato dalle folte fronde degli alberi.
Ci arrivammo dopo aver attraversato in verticale la Francia, visitando talmente tanti castelli della Loira, al punto che ormai mi sentivo una specie di Re Artù. Pertanto darò il nome Ginevra alla mia compagna.
E Cancale era la meta agognata di Ginevra, che per le ostriche avrebbe venduto la mamma. A differenza del sottoscritto, che non è amante di quella specialità, anzi, di quel mitile crudo e scivoloso e dal gusto forte, ne faccio volentieri a meno.
Però, per far felice Ginevra, la sosta a Cancale durò tre giorni, durante i quali la mia compagna faceva scorpacciate di ostriche comprate sulle bancarelle che stazionavano perennemente sul molo della cittadina. Insieme alle ostriche già aperte e servite sopra un piattino di plastica, gli ostricari servivano un calice di vino bianco. Però il bicchiere era rigorosamente di vetro.
E seduti a un tavolino della bancarella, mentre Ginevra deliziava il palato con quella prelibatezza, io lo soddisfavo con un’altra specialità: un’omelette che cucinava un venditore ambulante sul molo.
Arrivò il sabato, e siccome le banche per cambiare i nostri traveler’s cheques erano chiuse, ci trovammo con pochi contanti in tasca. Non sufficienti per il rituale pranzo con ostriche e omelette.
Ma Ginevra non si diede per vinta. “Andiamo al mercato del pesce” mi propose. E lì i nostri spiccioli furono sufficienti per comprare una dozzina di ostriche, il pranzo di mezzogiorno della mia compagna.
Quel giorno, anziché al tavolino della bancarella, il pranzo lo facemmo nel campeggio, col portellone posteriore del furgoncino aperto, dove, come tavolo, usammo il cartone delle bottiglie di vino bianco francese che avevamo aggiunto alla dotazione di bordo. Comprate insieme a due calici di vetro.
Mentre mi aprivo una scatoletta di tonno, pensai che non potevo non immortalare la scena di quella tavola improvvisata, ma pure l’espressione di Ginevra che guardava con adorazione le sue ostriche.
Per riservatezza le ho coperto il viso con una mascherina che mi pare intonata col suo abbigliamento.

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