• anzianiincasa.it@gmail.com

Non sempre il fine giustifica i mezzi

Non sempre il fine giustifica i mezzi

di Giulio Ghirelli

All’epoca dei fatti, la chiesa di Santa Maria di Lourdes, in via Induno a Milano, aveva sessant’anni.
Don Alfonso, il prevosto della suddetta chiesa, poteva averne una settantina. E il sottoscritto dodici.
In questa chiesa sono stato battezzato, comunicato e cresimato, ma fino a quando non ho deciso di scrivere queste righe, ignoravo la storia di questo luogo sacro. Ora, grazie a Internet, la conosco.
L’edificio fu costruito per volontà di monsignor Antonio Videmari e di suo fratello don Giuseppe, che nel 1893 acquistarono parte di un terreno nel Borgo degli ortolani, chiamato, in lingua meneghina, Riòn di scigolàtt, cioè Rione dei cipollai, poiché abbondava di campi coltivati a ortaggi.
La devozione dei due sacerdoti alla Madonna di Lourdes, si deve alla guarigione miracolosa di uno dei due fratelli da una forma tumorale alla gola. Per questo fu progettata una piccola grotta con dentro la statua della Madonna, che doveva essere inserita come sezione frontale della torre campanaria, ma il terreno cedevole di quel luogo impose di edificare le due parti separate tra loro.
La costruzione fu iniziata nel 1897.
Per desiderio dei due fratelli, la chiesa divenne un tempio votivo. Per questo, nelle giornate di maggio dedicate alla Madonna, il cortile della grotta si affollava di invalidi e malati che chiedevano la grazia.
Anch’io, nel mio tragitto per recarmi alla scuola media Cagnola, quando passavo davanti alla grotta mi rivolgevo alla Beata Vergine chiedendole la grazia di non essere interrogato, poiché non studiavo.
Ma questa è un’altra storia, ben diversa da quella che sto raccontando.
Da ragazzino trascorrevo una piccola parte del mio tempo libero all’oratorio. Piccola parte, poiché la maggiore la impiegavo insieme agli amici del rione a giocare a pallone sui giardinetti di via Poliziano, o avventurandoci in bicicletta fino all’Idroscalo, e una volta persino al Lago di Segrino, sopra Erba.
All’oratorio ci andavamo perché era provvisto di calciobalilla, che a differenza dei bar, era gratuito.
Un giorno che eravamo lì, don Alfonso ci chiese un favore. Ci disse che la grotta della Madonna era in cattivo stato e che servivano finanze per restaurarla. Era un discorso che faceva tutte le domeniche ai fedeli a fine messa, e qualche soldo nella cassetta delle offerte ci finiva. Poca roba.
Ma se qualcuno di noi si fosse messo all’uscita della chiesa con il cestino per le offerte, elemosinando a chi usciva un piccolo contributo per i lavori di restauro, magari le finanze s’incrementavano.
Nessuno di noi si offrì volontario, ma infine Don Alfonso riuscì ad arruolare me e Orazio, uno dei miei compagni di scuola.
Così, la domenica seguente, i fedeli che uscirono dalla messa delle undici trovarono noi due con un cestino in una mano, e nell’altra un cartello su cui era scritto: Offerte per la grotta della Madonna.
Ma quando riportammo i cestini a don Alfonso, lui non fece salti di gioia. Poche misere monetine.
Però, per la regola che dice che Tanto poco, fa tanto, il prevosto ci chiese una seconda missione per la domenica successiva.  Orazio disse che andava in gita con i genitori. Io non riuscii a trovare scuse.
Ma l’idea di star fuori dalla chiesa col cestino in mano per raccattare pochi spiccioli, non mi andava.
E siccome, a differenza della poca buona volontà per studiare, ne avevo molta per le furbate, trovai un sistema per invogliare i fedeli a scucire qualcosa di più per quella povera Beata Vergine, domiciliata in una grotta malconcia.
Ci lavorai due pomeriggi interi per ritagliare quaranta cartoncini su cui, con la migliore calligrafia in stampatello che potevo, scrissi: BUONO PER UN INGRESSO GRATUITO AL CINEMA POLIZIANO.
Sotto la scritta c’era la firma, ovviamente falsa, di don Alfonso.
La domenica seguente, all’uscita dalla messa, in una mano avevo il cestino, e nell’altra, anziché il cartello del prevosto, tenevo la mazzetta di cartoncini.
Andarono a ruba, e se ne avessi fatti il doppio, sarebbero andati tutti.
Quando riportai il cestino a don Alfonso, il prete non credeva ai propri occhi.
Non c’era dentro una sola monetina, tutti soldi di carta da cinquanta e cento lire. Che a quei tempi, cento lire erano il prezzo per un posto in galleria in un cinema di prima visione.
Don Alfonso non mi chiese come avessi fatto, né io mi premurai di dirglielo.
Il prevosto mi supplicò di rifare la questua la domenica seguente, ma stavolta la gita con i genitori la inventai io.
Ma per il detto che recita: Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi…
Qualche giorno dopo, intanto che ero impegnato al calciobalilla, mi sentii toccare una spalla, mentre una voce diceva: “Vieni un momento in sagrestia, che ti devo far vedere una cosa”.
La voce la conoscevo bene.
Seguii don Alfonso in sagrestia, e lì giunti, il prevosto tirò fuori di tasca un cartoncino.
Non avevo la curiosità di leggere cosa c’era scritto. Già lo sapevo.
Il prete ne aveva in tasca più di uno, di cartoncini. Quaranta, per l’esattezza.
Tutti quanti si erano rivolti a lui per sapere perché il cinema Poliziano non li aveva lasciati entrare.
Cribbio! Ma chi andava a pensare che i possessori del cartoncino si sarebbero recati dal prevosto a chiedere se fossero stati da lui truffati? Io no di certo! Perché ero sicuro che arrivati davanti al cinema Poliziano, non potendo entrare col buono a firma di don Alfonso, si sarebbero fatti una bella risata al pensiero che il prete aveva una certa fantasia per rimediare i soldi per il restauro della grotta, e poi avrebbero stracciato il cartoncino e morta lì.
Invece no! Questi tignosi erano andati dal prevosto esibendo il corpo del reato, e magari gli avevano chiesto indietro il maltolto.
Incominciai a sentire la tremarella nelle gambe. Causata non tanto da quello che mi toccava dal prete, quanto dai miei genitori, in primis mia mamma, che aveva il battipanni facile.
E poi l’umiliazione di mio papà, che da onesto carabiniere si ritrovava per casa l’unico figlio maschio truffatore. A dodici anni. Che se tanto mi da tanto, figurarsi a venti…
Intanto don Alfonso taceva. Forse aspettava che si sfiammassero le mie gote, che avevano il difetto di infuocarsi quando venivo beccato in fallo.
Prima che aprisse bocca il prete, parlai io. Giustificando la mia azione col fatto che la Beata Vergine si meritava di avere una grotta decente.
“Con tutti i miracoli che ha fatto…” conclusi.
“Non sempre il fine giustifica i mezzi” rispose don Alfonso.
Poi mi disse di seguirlo fino alla prima panca davanti all’altare, mi fece inginocchiare e lui si sedette di fianco a me.
“Un’Ave Maria per ogni cartoncino” disse poi.
Ma la preghiera non la ricordavo bene e m’impappinavo.
Allora prese a recitarla lui, e io gli facevo l’eco.
Terminate le orazioni, prima di tornare con le ginocchia doloranti nella sala del calciobalilla, chiesi a don Alfonso: “Ha dovuto dare indietro tutti i soldi?”.
“Nessuno li ha voluti” fece lui.
“Lo dirà ai miei genitori?” gli chiesi infine.
“No, la penitenza l’hai già fatta” rispose quel buon pastore.

 

Total Page Visits: 1364 - Today Page Visits: 1
admin