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Minestra di fagioli

Minestra di fagioli

di Giulio Ghirelli

Qualche sera fa ho rivisto il film L’albero degli zoccoli del regista Ermanno Olmi. E ogni volta che lo vedo, è come se fossi dentro in quel film, ai tempi della mia infanzia. Sicuramente i miei parenti contadini non erano nelle condizioni così misere come quelle raccontate in quel film. Eppure sento un certo legame con i personaggi descritti da Olmi.

Da bambino, le vacanze le facevo alla cascina dei fratelli di mia mamma, in mezzo alla campagna di un paese di nome Aguscello, sulla strada che da Ferrara porta a Comacchio. Il mio nonno materno Gerolamo, ligio alla regola che la ricchezza dei contadini sono le braccia, alla mia nonna Eurosia, detta Clite, gliene aveva fatte sfornare ben ventiquattro, cioè dodici figli. A proposito del soprannome di mia nonna, solo mentre scrivo queste righe e, grazie a Internet, a cui mi sono connesso solo recentemente- ho finalmente sentito la necessità di conoscerne l’origine. Del resto, sono sempre stato abituato agli strani nomi dei miei parenti emiliani, che forse per compensare la origini modeste, si arricchivano di nomi mitologici, oppure di quelli dei personaggi delle opere di Verdi, molto usati nella Bassa Padana. Una mia cugina si chiamava Egle, una sorella di mia mamma faceva Eles. Poi c’era un Cleonte, un Radamès e altri. Il mistero del nome di un mio cugino, battezzato Restàno, nemmeno Internet me lo ha svelato. Tornando al nome di mia nonna, riporto sommariamente ciò che ho letto su Google: Clita o Clite: Personaggio della mitologia greca figlia dell’indovino Merope, e moglie del giovanissimo re Cizico, colui che accolse benevolmente gli argonauti durante il loro viaggio.  Cizico fu ucciso da Giasone, e Clita, molto legata al marito, quando seppe della sua morte, si disperò fino a impazzire e impiccarsi. Dalle sue lacrime nacque una sorgente chiamata Clite. Però non ricordo che dagli occhi di mia nonna sorgessero lacrime, anzi, era un peperino…

I figli di mia nonna – esclusi mia mamma, lo zio Lino e lo zio Guido, che erano emigrati a Milano a cercar fortuna – contadini erano nati e tali erano rimasti. A mezzadria, che vuol dire che il padrone ti dà casa e terreni, e si prende la metà dei raccolti. E se i campi non rendono come dice lui, in quattro e quattr’otto ti dà il benservito. E non ti resta che mettere sul carro il tavolo, le sedie e il letto, e andarti a cercare un altro padrone.

I nonni e gli zii abitavano in una cascina dall’architettura tipica della campagna ferrarese: un grande casolare a due piani di forma rettangolare e, poco distaccata dalla casa, una stalla con sopra il fienile.

In fianco alla cascina passava un canale in cui abbondavano rane e pesci-gatto. La strada sterrata costeggiava il canale e congiungeva i vari casolari disseminati nella campagna. Sul fronte della cascina c’era la grande aia, pavimentata con mattonelle in cotto, che era il posto dove si svolgevano lavori come la trebbiatura del grano, la pigiatura dell’uva, o quando uccidevano il maiale; ed era anche il luogo dove si festeggiava la fine dei raccolti, a cui partecipavano le famiglie dei casali vicini, che arrivavano al tramonto portando vivande varie.

Intorno all’aia venivano accesi dei piccoli falò per illuminare la corte, in mezzo alla quale dominava un lungo tavolone circondato da seggiole e sgabelli. Non mancava mai la fisarmonica, e finito il banchetto l’aia diventava una pista da ballo. Nelle vacanze estive e natalizie, quella cascina diventava il mio regno, la mia liberazione. Le scarpe diventavano accessori superflui, fastidiosi per dei piedi che chiedevano la libertà di calpestare prati, fienili e letame di stalla. E di immergerli nell’acqua del canale per catturare i girini da usare come esca per pescare. Piedi che, giorno dopo giorno, indurivano la loro pelle fino a trasformarla in una specie di suola di corame, insensibile anche alle più aguzze asperità del terreno. Un paio di calzoncini di tela e una canottiera bianca erano la divisa della liberazione di un bambino venuto dalla metropoli. In quella cascina ho vissuto esperienze che non ho più dimenticato. Perché è impossibile cancellare dalla memoria la nascita di un vitellino o le uova schiudersi sotto i colpi di becco dei pulcini. E mi ricordo la tenerezza del pelo umido e i battiti del cuore dei coniglietti appena nati. Ma com’è indimenticabile l’evento della nascita, è altrettanto impossibile dimenticare il suo opposto: polli che sbattevano disperatamente le ali mentre la zia Lina gli tirava il collo, e i grugniti del maiale, come sapesse già la sua sorte, quando veniva portato fuori dal porcile e poi rovesciato sull’aia, col macellaio che gli infilava il coltello in gola. Noi bambini restavamo senza respiro a vedere quella povera bestia che ci metteva un po’ a morire, impressionati dai suoi lamenti e dal sangue che inondava l’aia.

Quasi tutti i terreni erano coltivati a frumento, che veniva tagliato a mano con delle falci con la lama molto lunga. Gli uomini si mettevano affiancati e avanzavano, facendo roteare le falci sul terreno con una precisione da non lasciare neppure una spiga in piedi. Una volta finito il taglio, rastrellavano il raccolto e lo legavano in grandi mazzi -i covoni- che venivano caricati sui carri e portati sull’aia, dove la macchina trebbiatrice -azionata da un trattore per mezzo di una lunga cinghia- separava il grano dalle spighe. In quegli anni, i macchinari erano posseduti solo da benestanti proprietari di latifondi, mentre i mezzadri li affittavano solo per il tempo necessario. E siccome il noleggio di quelle macchine era costoso, era usanza che tutti i contadini delle cascine vicine si aiutassero a vicenda nel lavoro della trebbiatura. In quei giorni, l’aia si affollava di una gran quantità di gente, tutta impegnata a portare covoni da infilare nella famelica bocca della trebbiatrice e a riempire i sacchi del grano.

Era usanza che il capostipite della famiglia, il patriarca, staccasse dalla soffitta salami e pancette, e spillasse il vino dalle botti, per il conforto di tutta quella manovalanza. La trebbiatura era una gran festa, e noi bambini aspettavamo quei giorni con la stessa ansietà dell’arrivo della Befana. Facevamo delle scorpacciate di pane e salame, e passavamo delle ore intorno al trattore e alla trebbiatrice, affascinati dai loro rumorosi meccanismi.

Le donne spigolavano nei campi, alla ricerca delle poche spighe di grano sfuggite ai rastrelli. Ho ancora negli occhi il quadro di quelle contadine, con il capo chino fin quasi a sfiorare il terreno, con in testa i loro variopinti fazzoletti annodati sotto il mento e i grembiuli tenuti sollevati a sacco per metterci dentro le spighe. Lo stanzone dove dormivo con mio cugino Giancarlo, era la soffitta dove tenevano appesi i salumi a stagionare, e su una parte del pavimento di legno ci conservavano le mele. D’inverno, poiché la casa non aveva riscaldamento, un po’ prima di andare a letto la zia Lina infilava tra le lenzuola il prete (un telaio di legno di forma ovale con dentro un piccolo braciere). E appena lo si toglieva dal letto, bisognava infilarsi subito sotto le coperte, prima che si raffreddassero di nuovo. Io mi rannicchiavo al centro del letto con anche la testa sotto le coperte, per godermi quel bel calduccio. Il materasso era un saccone di foglie di granturco che facevano cric-crac a ogni minimo movimento; ma non era il caso di muoversi troppo, per non disperdere il tepore. Al mattino la soffitta era una ghiacciaia, e il rito di lavarmi era una pura formalità: le dita intinte nel catino dell’acqua fredda e passate velocemente sulle guance. Ma spesso arrivava la voce di qualche zia: “Anche il collo e le orecchie!”. Alla sera c’era il conforto dell’acqua tiepida per lavarsi più decorosamente, con i piedi nella bacinella davanti al calore del fuoco del camino. Il bagno vero e proprio si faceva al sabato dentro una grande tinozza, nella stalla riscaldata dal fiato delle mucche e da vapori di altro genere, non proprio aromatici. Nelle serate invernali, dopo cena ci si riuniva tutti davanti al camino dello zio Arturo, che era il maggiore dei fratelli di mia madre e quindi il patriarca della cascina. Con la moglie di nome Bergama e le mie cugine Teresa e Angiolina, ormai signorine, occupava una vasta porzione del casolare, fra cui una grande cucina col camino che prendeva tutta una parete; ciò consentiva a tutti gli altri familiari di starci comodamente seduti davanti, a scaldarsi e fare due chiacchiere prima di andare a dormire. La televisione era ancora roba da ricchi, e poi sarebbe stata inutilizzabile, dato che alla cascina non arrivava l’elettricità e la luce era quella dei lumi a petrolio. In un angolo della parete opposta al camino c’era un cumulo di chicchi di granturco, che la zia macinava per le galline. Quel mais diventava il nostro campo giochi di quelle serate invernali; ci razzolavamo dentro come gatti nella paglia. Poi, infine stanchi, ci accucciavamo sopra il granturco fino ad addormentarci, coccolati dalla litania dei discorsi dei vecchi, seduti davanti al camino che bruciava sterpi di canapa.

 

( e la storia continua …)

anzianiincasa*11 maggio 2019

 

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