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Marzo

Marzo

di Massimo Chiavacci

Alle nove di sera scese dal treno e si avviò lungo la statale, intasata da una lunga fila di auto incolonnate. Rivedeva ancora il lago baciato dal sole, la panchina su cui si erano seduti per raccontarsi squarci della loro vita, le strade entro cui avevano camminato prima a braccetto, poi per mano e infine abbracciandosi, come se i loro corpi non sopportassero più che alcuna distanza potesse separarli, rivedeva i suoi occhi scuri, i capelli corvini, il corpo magro e fremente. Mentre proseguiva verso casa, incamminandosi su strade vuote e solitarie, giocò come faceva da bambino, quando ancora non sapeva che l’universo danza freneticamente sui piedi del caso: scommise che, se fosse riuscito a camminare per trenta passi senza aprire gli occhi l’avrebbe presto rivista ed entrò nel buio: uno, due, tre … i primi passi erano spediti, poi, man mano che crescevano i dubbi sulla sua capacità di mantenersi sulla traiettoria fissata, divenivano incerti … tredici, quattordici, quindici … infine camminava lentamente, proteggendosi il volto con le mani da eventuali ostacoli davanti a sè … ventotto, ventinove e trenta. Aprì gli occhi, contento di non averlo già fatto, come pure aveva desiderato: forse in questo mondo disincantato le magie deambulatorie funzionavano ancora. Andava già con il pensiero ad un nuovo incontro tra le montagne che amava, nella sua città, nella sua casa, in qualche posto da cui il mondo potesse essere lasciato fuori. Risentiva il suo profumo, il sapore delle sue labbra, il calore del suo corpo.  Non sapeva se l’avrebbe rivista, non c’erano state nè promesse nè impegni, ma il fatto stesso di averla conosciuta, di aver passato la giornata con lei, gli sembrava un miracolo, un dono stupendo e inaspettato. Giunto a casa, salì le scale ripetendosi, come in un nuovo gioco magico, la vita è meravigliosa, la vita è meravigliosa, la vita è meravigliosa …
 

anzianiincasa*24 luglio 2019

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