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La narcisata

La narcisata

di Giulio Ghirelli
“Mamma, come sono i narcisi?” chiesi rientrando pochi minuti prima delle sette di sera dalle mie scorribande con gli amici del rione.
“Sono bianchi” tagliò corto mia mamma, troppo concentrata a curare che non scuocesse il riso che aveva messo nella minestra di verdure.
Quel mangiare lo odiavo. Le verdure cotte mi facevano vomitare, ed era un lavoro da certosino far la cernita dei chicchi di riso dal resto. Il sistema era di mettere sul bordo del piatto le verdure e poi mangiare il riso. Ormai ero diventato più bravo di un mastro muratore che impila i mattoni.
Riuscivo a far stare in equilibrio il muretto di verdure sul bordo del piatto senza che ne cadesse un pezzo sul tavolo. Altrimenti, apriti cielo, se sporcavo la tovaglia.
Mio papà provava pena per me, e si sarebbe alzato da tavola per bollirmi una manciata di riso e poi condirlo col burro. Ma figurarsi se quella marescialla di mia mamma glielo permetteva.
“Deve mangiare le verdure!”. Erano i suoi ordini. E mio padre, carabiniere semplice, obbediva.
In attesa che fosse pronta la minestra, mio papà leggeva il quotidiano che si portava a casa dalla caserma. Il giornale era una fornitura gratuita dell’Arma dei Carabinieri, uno per ogni ufficio, che a turno leggevano i commilitoni. E alla sera, invece di finire nel cestino, mio papà lo portava a casa.
Forse lo rileggeva per estraniarsi dai discorsi di mia mamma, che erano le solite litanie di commenti sulle vicine di casa. Sempre negativi. Aveva da dire su tutto il genere femminile del caseggiato.
Non gliene andava bene una. E questa perché aveva detto così, e quella perché aveva fatto cosà.
La mia sorellina, minore di cinque anni, aspettava la cena giocando con la bambola. La svestiva, la rivestiva, le parlava. Era la bambina più tranquilla del mondo. E le piaceva la minestra di verdura.
Al termine della quale, quella sera, pur non sapendo ancora un tubo su quei fiori, dissi: “Tra due domeniche don Alfonso porta in gita a Selvino i ragazzi dell’oratorio. A raccogliere i narcisi”.
Così avevo letto quel pomeriggio sulla locandina affissa fuori dalla chiesa. Per essere precisi, non l’avevo letta di mia iniziativa. Quando andavo all’oratorio a giocare al calciobalilla, mica sostavo davanti all’ingresso della chiesa a leggere i vari avvisi attaccati con le puntine sul portone.
Erano sempre le solite robe, orari delle messe in ricordo di qualche defunto, rosari vari, e così via.
Era stato il Mamo, soprannome del mio coetaneo Marco Motta, a farmi notare la locandina mentre ci recavamo all’oratorio.
=NARCISATA A SELVINO= diceva la locandina.
A cui seguivano i dettagli. Compreso lo scopo della gita: raccogliere un po’ di soldi per il restauro della grotta di Santa Maria di Lourdes, a cui era dedicata la chiesa. La grotta era stata costruita nel cortile antistante alla chiesa più di mezzo secolo prima e ospitava la statua della Santa.
In fondo alla locandina c’era scritto che la colazione era al sacco e ciascuno doveva portarsi la sua. Infine si leggeva il prezzo della gita: Lire 450.
Il discorso l’avevo buttato lì con poche illusioni che i miei scucissero quella somma, poiché erano dei bei soldi per le nostre finanze, che venivano dal mensile di mio papà, meno di quarantamila lire.
Infatti, quando a tavola avevo detto il costo della gita, mia mamma aveva subito stoppato il discorso dicendo: “Ma cosa t’interessano a te i narcisi? Pensa a studiare!”.
Aveva ragione sul discorso dello studio. A scuola, le mie insufficienze erano imbattibili. Però non avevo mai perso un anno. E solo il sottoscritto e la Santa Maria sapevano perché ero arrivato alla terza media senza una bocciatura. Mica le sapevano altri, tutte le grazie che chiedevo alla Santa quando passavo davanti alla sua grotta nel recarmi a scuola.
Però il Rimandato a settembre era la costante di ogni anno. Ma lì, anziché le grazie della Santa, avevo quelle della signora Rossi, un’anziana donna che viveva da sola e che abitava al primo piano del nostro caseggiato, a cui si rivolgeva mia mamma per farmi dare le lezioni per passare gli esami.
Ma vuoi perché il marchio di asino ce l’avevo ormai addosso come le zecche su una pecora, vuoi per le scarse finanze, mia mamma aveva sempre messo il veto alle gite scolastiche.
E forse fu per le rimostranze che feci quella sera, per tutte le rinunce che mia mamma mi propinava, che stavolta mio papà si oppose al veto. E la vinse lui.
Così, alle sette di mattina di due domeniche dopo, facevo parte del gregge di ragazzi del rione, che sul piazzale della chiesa s’imbarcava sulla corriera che il signor Fumagalli, titolare di una ditta di autonoleggio, forse per guadagnarsi qualche grazia da Santa Maria, aveva reso disponibile a costo zero, autista compreso.
Per badare al gregge c’era quel buon pastore di don Alfonso, coadiuvato dal sagrestano Riportino, che all’anagrafe faceva Genesio, un ometto piccolo e segaligno di una cinquantina d’anni; al quale l’Orazio Rovellini, uno dei nostri compagni, aveva affibbiato quel nomignolo poiché il sagrestano, quei pochi capelli che gli restavano sui lati della testa, li aveva fatti crescere lunghi per farli arrivare sopra la zucca e coprire la pelata.
Infine, don Alfonso aveva nominato come caposquadra l’Enzo Gennaro, che avendo quindici anni era il più anziano del gruppo dei maschi. E anche il più morigerato.
Poi c’era il gruppo delle femmine, affidato alla vigilanza di suor Celestina, una monaca più larga che lunga, di cui era difficile dire l’età per via del viso infantile, l’unica parte del corpo non celata.
Infine, come adulti, c’era la mamma di una delle ragazze.
Quest’ultima si chiamava Ada, ma non la si vedeva mai ai giardinetti a giocare con le altre ragazze.
Sua mamma la teneva come in una campana di vetro e non la lasciava uscire da sola.
Soltanto verso le sei di sera la si vedeva sbucare dal suo portone di via Poliziano con in mano una bottiglia di vetro. A quei tempi, il latte si vendeva sfuso e si andava in latteria con la bottiglia.
Ma nessuno dei ragazzi era interessato a quella ragazzina tredicenne, magra come uno stecchino e con la faccia pallida che sembrava pitturata col bianchetto.
Per via del fisico e della faccia smorta, sembrava la gemella della Carluccia, anche lei nel gruppo delle femmine insieme con l’inseparabile amica Vilma.
La Carluccia aveva un debole per l’Enzo, ma lui non la filava per niente.
Così come la Vilma non filava il sottoscritto, che aveva un debole per quella ragazza bella in carne e coi boccoli castani.
Per la regola condivisa da don Alfonso, che non si deve mischiare il diavolo con l’acquasanta, sulla corriera le femmine occupavano i posti davanti e i maschi dietro.
Però don Alfonso infrangeva la regola che dice che non si deve parlare all’autista, e si era messo in piedi vicino a lui a chiacchierare. Anche suor Celestina e il Riportino parlottavano tra loro, seduti sulla prima fila di sedili della corriera. E pure il gruppo delle femmine si scambiava discorsi.
Non era difficile immaginare di quale genere, visto che spesso giravano la testa verso noi maschi.
L’unica a non voltarsi era Ada, seduta vicino a sua mamma sui sedili di fianco a quelli della suora e del sagrestano.
L’Enzo aveva il suo daffare a dire al gruppo dei maschi di non far casino. Fatica sprecata.
Era una bella impresa tenere a freno per circa tre ore di viaggio un branco di ragazzi rinchiuso in quello scatolone di lamiera. Mica eravamo come le femmine, che bisbigliavano quiete tra loro.
Il Silvano Moroni, detto Moni, si voleva alzare dal sedile per dare un cazzotto al Renzo Besola, il quale, seduto nella fila dietro, si era costruito una specie di fionda con un elastico annodato a pollice e indice, e fiondava delle palline di carta sulla zucca del Moni.
Io e l’Orazio giocavamo a sberla con le orecchie del Luigi Mentasti, seduto davanti a noi.
Il gioco era che il Luigi doveva indovinare chi di noi due gli aveva tirato la sberla sull’orecchio.
Ma lui non si divertiva a fare quel gioco, e si lamentava col caposquadra.
Così il povero Enzo dovette farsi tutto il viaggio a sedare liti e baruffe.
Da solo, poiché il pastore del gregge, don Alfonso, era troppo impegnato a parlare con l’autista, e il Riportino con suor Celestina.
Le uniche figure fuori dal coro di quel caravanserraglio erano Ada e sua mamma.
Isolate dal mondo come se fossero rinserrate in una campana di vetro.
L’unica circostanza in cui Ada diede segni della sua esistenza, fu quando vomitò.
Successe dopo uno dei tanti tornanti della provinciale che portava a Selvino, ma la corriera non si poteva fermare, la strada era troppo stretta. Così la ragazza dovette tenersi addosso il caffelatte della colazione del mattino, che sua mamma cercava di togliere con dei fazzolettini.
Però quel buon uomo dell’autista rallentò l’andatura, con l’intento di non far star male di più Ada.
Così, con mezz’ora di ritardo, si erano fatte le dieci e mezza quando apparve il cartello che diceva: SELVINO (Val Seriana) Altitudine 960 m.
Urla di gioia come se fossimo arrivati sulla luna.
Poi la corriera si fermò sul piazzale di posteggio, e finalmente toccammo terra.
Per prime scesero Ada e sua mamma, in cerca di una fontanella per ripulirsi dai residui del vomito. Dopo scesero don Alfonso, suor Celestina e il Riportino. Poi le femmine, ordinatamente.
Non così il branco dei maschi, che si spintonavano a vicenda per scendere gli uni prima degli altri.
Più di mezz’ora la perdemmo al bar Stella di Monte per la pipì di tutti. Se non fosse stato per le vesti da religiosi di don Alfonso e suor Celestina, il barista ci avrebbe cacciati fuori a pedate, poiché il casino che facevamo nel bar era peggio di quello allo stadio quando c’era il derby Milan – Inter.
Infine, dopo una ventina di minuti di camminata lungo un sentiero in salita, arrivammo alla meta.
Il Moni, una palla di lardo di cento chili, arrivò con la faccia paonazza. Non era un bello spettacolo.
Meraviglioso, invece, quello dei prati in fiore. Forse anche di narcisi. Forse…
Perché ancora non sapevo come fossero fatti quei fiori. Durante quella decina di giorni prima della gita, non mi ero dato da fare per scoprirlo. M’importava poco dei narcisi.
A me interessava fare una gita insieme ai miei compagni. E compagne.
Innanzitutto la Vilma, che malgrado mi rispondesse picche, non riuscivo a togliermela dalla testa.
Ma non ero l’unico disinteressato ai narcisi. Quasi tutti i maschi, compreso io, anziché fare come le femmine, che coglievano i fiori, si misero a giocare a pallone, venuto fuori dalla sacca dell’Orazio.
Ma neanche due tiri, e il fischietto che aveva al collo don Alfonso, non in veste di arbitro, ma per eventuali richiami all’ordine, zufolò per avvertire che era mezzodì, ora di mangiare.
Si formarono due gruppi in cerchio, uno dei maschi e l’altro delle femmine. E il verde prato divenne una soffice tovaglia su cui c’erano panini, focaccine e bibite usciti dalle sacche.
Quella scena agreste di ragazzi che mangiavano seduti sul prato, avrebbe fatto la gioia di un pittore.
Ma anche quella che seguì dopo la colazione, non era meno pastorale. Non quella di noi maschi, che avevamo ripreso a giocare a pallone, ma quella delle ragazze chinate a cogliere i narcisi.
Però non durò molto.
Un proverbio meneghino dice: Témp e cuu, fa come el voeur lù.
Lo sentivo dire spesso quando il tempo cambiava inaspettatamente d’umore.
Un nuvolone scuro che era apparso improvvisamente nel cielo, aprì le cateratte.
Don Alfonso portò alla bocca il fischietto. Che voleva dire di fare svelti i bagagli e imboccare il sentiero. Lì non c’erano posti dove ripararsi.
Arrivammo alla corriera in anticipo di un’ora sulla partenza, prevista per le quattro del pomeriggio.
Il temporale durò poco, ma ormai non c’era altro da fare che prendere la strada del ritorno.
Le femmine passarono il tempo confrontando tra loro i mazzetti di narcisi.
E noi maschi a fare casino come nell’andata. L’acqua del temporale ci aveva bagnato gli abiti, ma non aveva spento i nostri ardenti spiriti.
Mancava poco alle sei quando sbarcammo dalla corriera.
Non so come Ada riuscì a svincolarsi da sua mamma e venirmi vicino. Poi levò dal suo mazzetto un narciso e me lo porse. Infine sentii la sua vocina sussurrare: “Domani scendo a prendere il latte, mi accompagneresti? Alle sei, girato l’angolo”. E senza darmi il tempo di aprir bocca, scappò via.
Io ero lì, inebetito col fiore in mano, sotto lo sguardo di alcun miei compagni che mi guardavano con aria di sfottimento. Orazio tentò di dirmi qualcosa, ma poiché immaginavo che cosa, lo stoppai dicendo: “Fatti i cavoli tuoi”.  E’ pensabile che non fosse cavoli la parola che dissi.
Quella sera avevo un certo pensiero in testa, mentre a cena mia mamma mi chiedeva questo e quello riguardo la gita. Io rispondevo poco, perché la mia mente era altrove. Era nel momento in cui quella ragazza magrolina e col viso pallido mi aveva rivolto la parola. La sua vocina mi aveva incantato.
Una parte della notte la passai pensando a lei, e al narciso che avevo infilato in una tasca dei jeans.
E non mi uscì dalla testa neppure il giorno dopo a scuola, con ancora in tasca il fiore di Ada.
E pensai a lei per il resto della giornata, seduto al tavolo in cucina con gli occhi sui libri di scuola.
Mia mamma mi guardava come se fossi un marziano. Era la prima volta che passavo il pomeriggio a studiare. Ma anche se avevo gli occhi sui libri, la testa era davanti al portone di Ada.
Dal quale la vidi sbucare alle sei precise. E lei vide me, che stavo sul marciapiede opposto.
Aspettai che girasse l’angolo del caseggiato e la raggiunsi.
“Ciao” le dissi. “Ciao” rispose lei.
Poi, senza dire altro, percorremmo un tratto di via Piero della Francesca fin dove c’era la latteria.
La attesi fuori dal negozio. Poco dopo ne uscì con la bottiglia piena. Era di vetro trasparente, e nel guadarla pensai a quanto fosse bello il colore del latte. Candido come la purezza.
Quando poi rivolsi lo sguardo sul viso di Ada, pensai che avesse lo stesso pregio.
Poco prima di girare l’angolo, Ada mi salutò con un semplice ciao. Le risposi nello stesso modo.
Nei giorni seguenti stavo tutto il pomeriggio con la testa sui libri. E qualche minuto prima delle sei, mi mettevo sul marciapiede ad aspettare che Ada uscisse dal suo portone.
E per tutte le sere che ci vedemmo, non aggiungemmo altre parole a quei ciao.
Scoprii allora quanta timidezza possa esserci in un ragazzo spigliato, quando ci sono di mezzo certe ragioni. Sulla timidezza di Ada c’era poco da scoprire, si vedeva lontano un chilometro.
E sommando le nostre timidezze, il risultato era un silenzio monacale durante quelle passeggiatine.
Ma per ora andava già bene così. Prima o poi sarei riuscito ad aprir bocca.
E prima o poi avrei udito la voce incantevole di Ada dirmi qualcosa.
Magari cosa provava per me, per aver avuto l’audacia di farmi quell’invito alla fine della gita.
I miei compagni sapevano delle mie uscite con Ada, ma non si permettevano di aprir bocca.
Però non capivano perché non andassi più con loro a giocare a pallone o a calciobalilla.
“Non ho voglia” tagliai corto quando l’Orazio me lo chiese. Ed era la verità.
Preferivo stare in casa con gli occhi sui libri e la testa da un’altra parte.
Una sera, dopo aver preso il latte, stavamo per arrivare all’angolo del caseggiato dove ci saremmo salutati, quando da dietro l’angolo spuntò sua mamma.
Per la prima volta vidi il viso di Ada prendere colore. Ma non era un bel colorito il rossore che le era venuto come se il fuoco le bruciasse le gote. E sentii ardere anche le mie.
E poi mi prese il tremore alle gambe. Non so come riuscii a muoverle per scappare via.
Quella notte la passai da cani. Continuavo a pensare a quella scena.
Mi vergognavo per come mi ero comportato alla vista della mamma di Ada.
Ero scappato, invece di affrontare quella situazione a fianco della mia ragazza.
Perché ormai la consideravo la mia ragazza. Ed ero certo che anche lei la pensava così.
Continuavo a chiedermi come l’aveva presa sua mamma.
Non bene. Poiché le sere seguenti aspettai inutilmente di vedere Ada uscire dal portone.
Però la vedevo quando sua mamma l’accompagnava a scuola, e quando veniva a riprenderla.
Era l’unica ragazza delle medie che aveva la guardia del corpo.
Avrei potuto cercare di vederla dentro la scuola; bastava andare ad aspettarla quando usciva dalla sua aula, che era al piano di sopra della mia.
Ma temevo di peggiorare la sua situazione, se sua mamma fosse venuta a saperlo.
Così, quello che avrebbe potuto esserci tra noi, morì prima di nascere.
Ma a quell’età certe ferite si rimarginano in breve tempo.
Più o meno lo stesso che ci mettono i narcisi a sfiorire.

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