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La balera

La balera

di Giulio Ghirelli

Sono un fans di Paolo Conte, il cantautore. Ho un CD delle sue canzoni, e lo ascolto così spesso che ormai conosco a memoria tutte le parole di molti suoi brani.

“E i ballerini aspettan su una gamba l’ultima carità di un’altra rumba” sono le ultime parole della canzone “Sud America”. Quando la ascolto, penso sempre a mia mamma.

Se mi chiedessero quale ricordo ho di mia mamma nei primi anni Cinquanta, risponderei: “Aveva dei bellissimi capelli biondi e una gonna lunga pieghettata che metteva quando andava a ballare”. Di giorno, mentre sfaccendava in casa, cantava a squarciagola tutte le canzoni che passavano alla radio, ma almeno una volta alla settimana si concedeva il lusso di andare in una balera (così venivano chiamate le sale da ballo nazional-popolari di qui tempi).

Mio padre -carabiniere- non amava il ballo e tantomeno le balere. Così, quando lui era di servizio notturno in caserma, lei andava ballare portandosi appresso i suoi due marmocchi, cioè il sottoscritto e la mia sorellina..

A quei tempi, dopo che l’Alfa Romeo aveva chiuso il reparto Motori Aerei e l’aveva lasciata a casa, mia mamma lavorava a orario ridotto (oggi si dice part-time) all’Alemagna, dove facevano panettoni e dolciumi; e lì aveva stretto amicizia con una collega che bazzicava le balere. Questa tipa era un’attempata zitellona mora con una massa di cespugliosi capelli ricci, due enormi sopracciglia nere, le guance imbellettate di cipria rosa e le labbra tinte di rossetto color porpora. Indossava delle gonne attillate e portava delle calze a rete con la riga nera, che erano intriganti quasi come il suo nome di battesimo: Tersilla. Nonostante il pesante trucco, aveva uno sguardo dolce, anche se intristito da un sorriso malinconico, e quell’espressione mi ricordava il clown triste del circo.

La nubildonna guardava con occhi languidi i maturi scapoloni che stazionavano nelle sale da ballo, con l’aria di chi spera, senza più troppe illusioni, di riuscire a prendere un ultimo treno. La Tersilla era il caratteristico esemplare di una fauna di quei tempi: la zitella da balera.. Naturalmente mia madre non aveva perso l’occasione di aggregarla a noi nelle serate danzanti e così, mentre una ballava, l’altra badava ai bambini. Mia madre, col suo fisico alto e snello e la gonna pieghettata che faceva la ruota ad ogni giravolta, era la più invitata. Quindi la Tersilla era quasi sempre al tavolino a badare amorevolmente a me e a mia sorella. Ci accudiva come se fossimo figli suoi. Forse in quella sua tenerezza c’era qualche nostalgia di non essere madre. La balera dove andavamo era a pochi passi da casa nostra, in corso Sempione. Si chiamava “Birreria Italia” ed era un locale con due piste da ballo, una all’interno e una all’aperto, sedie e tavolini in ferro smaltato bianco, e palco coperto per l’orchestra.

La Tersilla, per tenermi buono, dato che dopo un po’ mi stufavo e incominciavo a rompere le scatole scorazzando per i tavolini del locale, mi apriva un sacchetto con dentro dei rimasugli di dolciumi dell’Alemagna, e rimpinzandomi con quelle dolcezze mi teneva tranquillo. Ma quelle serate danzanti erano troppo lunghe per noi bambini, e a una cert’ora venivamo colti dal sonno. Mia sorella veniva avvolta con uno scialle o un golf, e messa a dormire accucciata sulla sedia, mentre io finivo per appisolarmi con le braccia appoggiate sul tavolino.

E non c’era verso di tornare a casa fin quando i musicanti non concedevano l’ultima carità di un’altra rumba.

 

(foto di E. Peressutti anni ’50)

 

anzianiincasa*05 maggio 2019

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