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Il nonno “Corridore motociclista”

Il nonno “Corridore motociclista”

di Giulio Ghirelli

Quando, a sessant’anni suonati, decisi di comprare il mio primo cavallo-motore, qualcuno pensò che mi aveva dato di volta il cervello. E, a dir la verità, l’ho pensato anch’io, poiché sono sempre stato convinto che le moto sono il mezzo migliore per rompersi le ossa, se non peggio. E mi ero ripromesso che avrei fatto di tutto per impedire che i miei nipoti cavalcassero quei mezzi. E adesso guardalo qui, il nonno, che bell’esempio che dà!

La mia prima moto avrebbe dovuto essere una Guzzi Galletto che sognavo dall’età di sedici anni, da quando avevo iniziato a lavorare, e che mio padre mi aveva promesso al compimento del mio diciottesimo compleanno. Ma questo sogno non si realizzò, a causa di una tragedia che colpì la nostra famiglia: mio cugino Daniele perse la vita a sedici anni in una banale caduta dal suo Vespino. Negli anni Sessanta, di caschi neppure se ne parlava; batté la testa sul bordo di un marciapiede e morì. Così, parlare di moto in casa nostra divenne come parlare del diavolo in convento.

Mio padre, che aveva un magro stipendio da carabiniere ma che era un uomo che manteneva le promesse, invece di prendermi la moto mi fece prendere la patente, e poi si recò alla succursale Fiat di via Arona, dove, in cambio di una tonnellata di cambiali, ricevette una Seicento. Erano gli anni in cui iniziava il boom automobilistico.

Mi ricordo che alla Fiat di via Arona la gente faceva la fila davanti agli stand dei venditori, dove contratti e cambiali si accumulavano freneticamente sulle scrivanie. Io ero l’unico in famiglia ad avere la patente, e così alla domenica mi barcamenavo tra il condurre i miei genitori a mangiare le rane fritte nelle trattorie del Pavese, e portare la morosa in camporella. E con quel magnifico comfort dei sedili ribaltabili, non ebbi un minimo rimpianto per il Galletto.

Da allora, per oltre quarant’anni, il mio sentimento per la moto è stato una mescolanza di odio e amore. Finché, otto anni fa, presi la grande decisone, motivata dalla necessità di muovermi agevolmente nel traffico cittadino. Ma dentro di me c’era qualcos’altro, qualcosa di più intrigante che mi spingeva a fare il grande passo: scoprire se quel vecchio sogno mai realizzato avesse ancora un senso.

Fu una decisione sofferta, anche per via delle apprensioni dei miei familiari, che non erano per nulla tranquilli all’idea che il matusa, reduce da un’operazione di ernia al disco, e che l’unica ‘due ruote’ che aveva montato in vita sua era la bicicletta, si cacciasse in quest’avventura. Ma ormai avevo nel cervello un tarlo con casco e occhiali, che rodeva …

Passai alcune settimane a setacciare i concessionari di moto; guardavo di tutto, dai piccoli ciclomotori alle maxi-moto, e rompevo le palle ai venditori con mille domande e altrettante incertezze. Mi rispondevano con l’educata sufficienza con cui si risponde a un vecchio dalle idee confuse, che dice di non aver mai guidato neppure un ‘Mosquito’ e vuole diventare motociclista. Poi perlustrai i piccoli negozi, perché i concessionari di Milano li avevo già tampinati tutti, e più di una volta; e quando i venditori mi vedevano entrare si eclissavano. Mi risolse il problema un meccanico che aveva una piccola officina di riparazioni motocicli con negozio di vendita.

“Sai andare in bicicletta? ” mi chiese il meccanico. Già il fatto che mi avesse dato del tu mi era piaciuto; mi aveva messo alla pari con lui, che aveva almeno una ventina d’anni in meno, e mi aveva fatto sentire un po’ come quei ragazzini che vanno a comprarsi il ‘cinquantino’ senza troppe paranoie.

“Perfetto – proseguì il meccanico, dopo la mia risposta affermativa – questo è facile e leggero come una bicicletta”. E mi mostrò il mezzo: Yamaha Why, cinquantino a ruote alte dalla linea sobria. Anche il colore, grigio e blu, non dava troppo nell’occhio e mi sembrava adatto per la mia veneranda età.

Non gli feci spendere troppe parole prima di rispondergli “Okay”. Casco e bauletto in omaggio. Consegna in settimana. Era un tiepido pomeriggio primaverile, e invece di tornare subito a casa me ne andai a zonzo per le vie di Milano. Il rumore delle moto che circolavano per la città, che di solito infastidiva i miei timpani, adesso mi sembrava musica. Mi sedetti su una panchina di corso Sempione e mi concentrai a leggere il catalogo della prima moto della mia vita.

Quando mi passava davanti un motorino, lo confrontavo con le foto del catalogo. Non ce n’era uno elegante come il mio! L’euforia mi fece dimenticare un primario pensiero: quello di comunicare la notizia ai familiari. Che però la presero meno peggio di quanto mi aspettassi. Non mi minacciarono di interdizione e non andarono neppure dal meccanico a chiedere la restituzione dell’assegno. Si limitarono a farmi un sacco di raccomandazioni, recitandomi il rosario di tutte le sciagure a cui può andare incontro un motociclista. Col risultato di aggiungere altri pensieri a quelli che già avevo. Pensieri che mi tormentarono fino al momento in cui, quattro giorni dopo, montai in sella al mio Why.

“Parti deciso” mi disse il meccanico, dopo avermi messo il motorino fuori dal negozio e avermi spiegato i comandi. Io feci come disse lui e mi ritrovai padrone del viale Espinasse, lungo, diritto e poco trafficato. Lo percorsi tutto, accelerando, rallentando, provando moderatamente a frenare e a sterzare. Una sensazione fantastica! Ritornai al negozio del meccanico, che era rimasto fuori a controllarmi, e che mi accolse entusiasticamente.

“Sei un campione!” mi disse. Avrei voluto abbracciarlo! Ci salutammo come vecchi amici e mi rimisi in marcia. Dopo un po’ di pratica con curve e rondò, imboccai il corso Sempione fino all’Arco della Pace, mi fermai davanti a una panchina, misi sul cavalletto il motorino e mi sedetti. E rimasi una buona mezz’ora a scaricare il tremore a gambe e braccia che l’emozione mi aveva accumulato. Poi ripresi la strada fino a casa e parcheggiai il motorino in cortile.

Vi sarà capitato di vedere la gente che si raduna intorno a una Ferrari parcheggiata. Stessa scena! Mia moglie, il portinaio, gli inquilini che passavano in cortile… Tutti lì, ad ammirare il mio cinquantino. Ero più eccitato di quando, quarant’anni prima, ritiravo la mia Seicento bianca dalla filiale FIAT.

Per qualche giorno feci un po’ di tirocinio nel caos cittadino, ma era come muoversi in un circo di belve feroci. Così decisi di far pascolare il mio cavallo-motore in luoghi più ameni. A Colico, dove passo gran parte dell’anno.

Da Milano a Colico ci sono una novantina di chilometri, in macchina ci si va in un’ora e mezza. Io ci misi sei ore. Andatura da rodaggio e soste per far riposare il motore. E a ogni sosta, telefonata a casa, per la tranquillità dei parenti. “Ciao amore! Sono a Monza!”.

“A Monza? Ma se sei partito due ore fa…”.

“C’era un po’ di traffico uscendo da Milano. E poi, mica posso tirargli il collo”.

Altra sosta.

“Ciao cara, tutto bene”.

“Sei arrivato? ”.

“No, sono a Villasanta…”.

“Villasanta? E dov’è? ”.

“Un po’ sopra Monza”.

“Ma ce la fai ad arrivare a Colico prima che faccia buio? ”.

In effetti arrivai all’imbrunire.

Passai un’estate entusiasmante. Mia moglie mi raggiungeva per i fine settimana, e quando lei ritornava a Milano io andavo a gironzolare per monti e valli col mio scooter. E scoprii che andare in montagna in moto mi dava una sensazione fantastica. Poter percorrere anche le più piccole strade e fermarmi ovunque, senza i limiti che pone l’automobile, mi portò a vivere certi luoghi con emozioni nuove.

L’anno dopo decisi di sostituire il Why con un mezzo più idoneo ad affrontare qualche viaggio più impegnativo, e presi un Aprilia Scarabeo 200. Il trauma dal piccolo e leggero Why al più massiccio Scarabeo fu più mentale che fisico e non ci misi molto a prenderci la mano. Così, a maggio 2005, ero pronto per la mia prima escursione seria.

Il programma che avevo progettato era un tour di circa 220 km. che comprendeva due passi alpini. Sapevo che le temperature montane erano ancora basse, ma l’entusiasmo ebbe il sopravvento. Ecco, in breve, il giro:

Da Colico, lungo la trafficata statale, si arriva a Tirano. Poco dopo si passa la frontiera svizzera e si giunge a Poschiavo. Una sosta per il caffè, prima di iniziare la salita al passo Bernina, che in questo viaggio mostrava un paesaggio innevato. Quindi si scende fino a Celerina, poi St. Moritz, Silvaplana e il passo Maloja. Dopo aver disceso i divertenti tornanti del Maloja, si percorre la Val Bregaglia e, facendo una piccola deviazione, si sale a Soglio, dove si può ammirare un bel panorama della vallata e delle vette alpine. A Castasegna si rientra in Italia e si giunge a Chiavenna. Infine, costeggiando il lago di Mezzola, si ritorna a Colico.

 

 

Traffico intenso a Poschiavo   

 

Al passo Bernina – mt. 2323

 


La vallata del Bernina

 


La chiesa di St. Gian a Celerina


 

 

St. Moritz

 

 

Sivaplansa

 

 

 

Val Bregaglia

 

 

 

Al passo Maloja – mt. 1815

 

La diga del Maloja

 

 

 

Soglio

 

 

Il lago di Mezzola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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